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Maschio, dove sei?

Molto scalpore ha suscitato in questi giorni una lettera di Suor Rita Giaretta delle Orsoline del Sacro Cuore di Maria. Le religiose sono impegnate da anni anche in provincia di Caserta, soprattutto a favore della dignità delle donne migranti, sfruttate sessualmente e spesso ridotte a schiavitù.
Tra le tante storie di degrado, quella di speranza di Susan, che ancora minorenne è stata raccolta dalla strada e ha potuto dare alla luce Francis, il suo bimbo voluto e amato.
A Susan suor Rita sente di dovere chiedere scusa, come “donna, consacrata e cittadina italiana” per lo “spettacolo indecoroso” di questi giorni. Dure sono le parole della religiosa, che vede Erodi contemporanei “offendere e umiliare la ‘bellezza’ della donna, esercitando con arroganza il proprio potere, disattendendo il mandato dei cittadini per il bene comune.
Basta inserire in un motore di ricerca le parole chiave per rendersi conto di come questa lettera (qui nella versione integrale) sia stata accolta da alcuni rappresentanti politici, dell’informazione e del sociale. La tendenza tuttavia è quella di contrassegnare lo scritto unicamente con il tag “Caso Ruby” e così via. In realtà la protesta indignata della religiosa tocca un orizzonte ben più ampio, che coinvolge non solo il mondo del potere e interpella ciascuno di noi.
Suor Rita afferma tra l’altro: non è lecito “trasformare le relazioni in merce di scambio, guidate da interessi e denaro”. Può succedere solo nei palazzi del potere o magari anche, per esempio, nei luoghi di lavoro? Ancora: non è lecito “soffocare il cammino dei giovani nei loro desideri di autenticità, di bellezza, di trasparenza, di onestà”. Quanti di noi preferiscono la furbizia all’intelligenza, il sapersi arrangiare alla cultura, dicendo chiaramente, nei fatti se non con le parole, cosa è importante per noi e così trasmettendolo ai giovani?
Suor Rita conclude con una domanda: “dove sono gli uomini, dove sono i maschi? … Nei loro silenzi c’è ancora troppa omertà, nascosta compiacenza e forse sottile invidia”.
Rilancio la domanda. Dove siamo?
Questa è la domanda che Dio fa ad Adamo nel libro della Genesi: “Dove sei?” e l’uomo risponde: “ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto” (Gen. 3,9-10). Quello di Dio è un invito rivolto all’uomo perché si renda conto di chi sia e di come stia vivendo; ci si può nascondere per vergogna (e di questi tempi sarebbe già qualcosa) oppure si può venire all’aperto e compiere un onesto cammino di consapevolezza.
Qual è dunque la nostra idea di mascolinità? Quali sono i valori in cui crediamo e che vogliamo trasmettere alle nuove generazioni? Fanno parte del nostro vocabolario parole come “responsabilità”, “onestà”, “custodia e protezione”, “pari dignità”, ecc.?
Abbiamo bisogno di essere liberati dall’idea che essere maschi significhi esercitare il potere arraffando e ghermendo ciò che ci piace (forse a questo siamo stati educati); essere ancora liberati dal superuomismo, dal dover dimostrare chissàchecosa a chissàchi,  per divenire capaci di un’adultità virile che è consapevolezza di limiti e potenzialità e soprattutto è dono e servizio ed è ancora frutto di riflessione, allenamento e sacrificio (a ciò dobbiamo educare). E potremmo iniziare a respirare.

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