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La rivincita dei matti

Ho rivisto il film Train de vie del rumeno Radu Mihaileanu (1998), meritevole di Oscar almeno alla pari de “La vita è bella” di Benigni. Si tratta del racconto tragicomico del viaggio di un treno verso la libertà, prima in Russia e poi la Palestina, narrato con la tipica ironia yddish, capace – nella tragedia – di ridere della realtà e di se stessa. Memorabile la preghiera del rabbino che chiede a Dio di salvare almeno donne e bambini … e poi anche i padri, altrimenti cosa farebbero i bambini da soli, … e poi anche noi anziani: perché non salvarci, ce l’hai con noi?
Il racconto è affidato al matto del villaggio, il quale – non a caso – ha l’idea di reperire un treno e di dividere la popolazione ebraica di un villaggio dell’Europa dell’Est in due: deportati e finti nazisti. La finzione porterà a scontri tra ebrei-ebrei ed ebrei-nazisti ( e tra religiosi ortodossi e una nascente cellula soviet), che si manifesta soprattutto in occasione della preghiera dello shabbat, quasi l’abito trasformi chi lo indossa (ma non è così?). Bellissimo poi l’incontro tra gli “autodeportati” ebrei e gli zingari, che parimenti hanno ideato finte guardie naziste, che sfocia in un commovente scontro musicale e in uno scambio di amore fisico, che è un vero inno alla vita.
Ancora al matto del villaggio, capace sempre di intuizioni salvifiche, sono affidate profonde considerazioni sul senso della tragedia incombente e sulla vita: “Dio esiste, Dio non esiste: che importanza ha? Vi siete mai chiesti se l’uomo esiste?” e ancora, quando gli viene chiesto perché è proprio lui il matto del villaggio, risponde: “Per caso. lo volevo fare il rabbino, ma il posto era già preso. Visto che mancava il matto, ho pensato: “Fai il matto, se no lo fanno loro. Fallo al posto loro”. E non ti senti un po’ solo? Oh no, non sono i matti che mancano…”.
Il finale a sorpresa dà il senso del tutto. Un film da vedere.

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