La mediazione familiare può essere descritta come un training in cui i genitori, riscoprendo il dono della parola su cose concrete (quando e come comunicare ai figli la decisione di separarsi; l’organizzazione quotidiana e il calendario dei tempi; il racconto di quello che i figli fanno e dei sentimenti che esprimono, i bisogni che emergono; le regole di vita condivise – quando e cosa guardare alla tv, per esempio -; il tema della scuola; il ruolo dei nonni e delle altre figure affettivamente significative; ecc.), imparano a relazionarsi, non più come coniugi o conviventi ma, appunto, come genitori.

Il mediatore ha la funzione di agevolare il dialogo e aiutare la coppia separata o in via di separazione a chiarire tutti i fraintendimenti che sono sul campo. Un esempio di fraintendimento o meglio di pre-giudizio è il ritenere che l’altro – non essendo stato un coniuge adeguato – non potrà essere per ciò stesso un bravo genitore.
A volte la situazione si complica quando la vicenda separativa si configura come una partita di calcio in cui i tifosi (o facinorosi), non contenti di come gli atleti stiano giocando o non soddisfatti dell’operato dell’arbitro, invadono il campo per fare valere i propri presunti diritti. Al di là di metafora, non è raro che le famiglie di origine degli ex-coniugi o altre figure di riferimento entrino in campo per fomentare il conflitto piuttosto che sostenere il dialogo. In questi casi si potrebbe ricordare ai genitori una frase che Enzo Biagi ripeteva spesso e che potrebbe essere riproposta alle famiglie di origine: “non datemi consigli, so sbagliare da solo”!

In questa situazione, il mediatore può rendersi disponibile anche nei confronti dei nonni , per aiutarli a riflettere su quale vantaggio possano portare queste guerre agite “per conto terzi” e se non valga invece la pena, per il bene dei nipoti, di trasformarsi a loro volta in agevolatori di dialogo tra gli ex-coniugi.

Anche su questo tema sono gradite le vostre esperienze!

Il The Vincent J. Fontana Center for Child Protection di New York ha condotto un progetto destinato ai figli di genitori separati o divorziati  per aiutare i ragazzi della middle school a non dover scegliere tra un genitore o l’altro (Andre K., Baker A. J. L., The Vincent J. Fontana Center for Child Protection N.Y., I don’t want to choose. How middle school kids can avoid choosing one parent over the other Kindred Spirits foundation 2009), quando per esempio la conflittualità tra ex coniugi è assai elevata. Il progetto propone ai ragazzi stessi di analizzare diverse situazioni che possano verificarsi in seguito alla separazione dei genitori, in presenza di una campagna di denigrazione dell’uno contro l’altra. Si tratta di uno strumento per riflettere e anche per trovare spazi e strumenti di espressione di pensieri ed emozioni. L’ideale sarebbe infatti partire dal lavoro personale dei ragazzi, individuale o in gruppo, per arrivare a spazi di confronto con gli adulti, genitori e/o altre persone di riferimento (insegnanti, animatori, ecc.).
La finalità è essere consapevoli che: a) è normale essere in difficoltà quando ci è richiesto di fare delle scelte; b) si ha il diritto di avere un rapporto costante con i propri genitori, anche se essi hanno fatto la scelta di separarsi (una scelta che, pur coinvolgendoci, compete loro);  c) abbiamo la possibilità di comprendere cosa stia accadendo, quali riflessioni ed emozioni ne possono derivare, quali scelte possiamo fare e a chi possiamo chiedere l’aiuto necessario.
In questo modo i ragazzi stessi, con l’aiuto di adulti fidati, imparano ad essere reattivi di fronte alle situazioni.
Questa proposta può essere utile anche per la realtà italiana, alla quale ho cercato di adattare esempi ed espressioni, ancora meglio se utilizzata in gruppi di ragazzi a scuola, in parrocchia, o in qualsiasi altro ambiente educativo, come pure in un ambito di aiuto presso Centri per la famiglia (gruppi per figli di separati), ecc. Il lavoro individuale è infatti sicuramente prezioso e anzi necessario, ma richiede già un certo “allenamento” a sapere guardare dentro se stessi. Tale lavoro dovrà essere incoraggiato e sostenuto.

Si presentano quindi diverse situazioni in cui un ragazzo potrebbe trovarsi e si stimola la ricerca di una soluzione personale, passando attraverso uno schema costante composto da 4 fasi:

  • Pensa in prima persona
  • Guarda alle possibilità che hai. Ricorda che puoi sempre scegliere
  • Ascolta il tuo cuore per essere fedele a te stesso e alle cose in cui credi
  • Usa gli aiuti che puoi trovare dentro te stesso e in tante persone

Per approfondire l’argomento: clicca qui

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La carezza di Pasquale

L’incidente è banalissimo, come mille che avvengono per le strade. Daniel però ne è rimasto sconvolto. Convinto di avere causato la morte di amici, disperato fugge e vagola per i campi. A nulla valgono le ricerche di Forze dell’Odine e volontari e gli appelli accorati dei genitori: «Daniel, mamma e papà ti stanno cercando. Stai tranquillo, nell’incidente ci sono stati solo incidenti lievi … siamo molto preoccupati per te …». E’ il testo di un volantino fatto affiggere agli angoli delle strade. Il fratello urlava dall’elicottero dei Vigili del Fuoco le stesse parole, amplificate mediante un megafono. Inutile.

David è stato ritrovato dopo dieci giorni esanime, in posizione fetale, quasi a volersi proteggere dal freddo, dagli stenti e dal senso di colpa.

Una foto.  Pasquale, il padre di Daniel,  chino sul corpo del figlio. Una mano sfiora il capo del giovane; è una carezza che – come scrive Stefano Zecchi  (Panorama, 10 marzo 2011, 25) – commuove e sorprende perché la nostra società ha dimenticato il senso della paternità. Se oggi essere genitori è difficile, ancora più difficile è essere padri. A volte ci si sottrae per colpa o inadeguatezza, altre volte non si è affatto agevolati nell’esercizio di un diritto-dovere (si veda per esempio la storia di tanti padri separati). In questo modo si smarrisce chi agevoli il passaggio alla vita adulta, caratterizzata da autonomia e responsabilità,  capacità di scelta e di dono, fermezza e tenerezza, scoperta di valori guida e di traduzione degli stessi nella prassi.

La contessa Rosa era una donna di bell’aspetto e di spirito pronto. Dopo avere frequentato il collegio dalle suore a Modena, dove coltivò l’amore per la musica e le lettere ereditato dal padre Carlo Testi, iniziò a frequentare i salotti nobili della città. Molti furono i suoi pretendenti, ma ella fece una scelta sfortunata, sposando un uomo dal brutto carattere e dedito al bere. Per questo la contessa si ritirò in campagna a Novi, presso il padre per dedicarsi ai figli, alle opere di carità e alla protezione dei patrioti perseguitati dal governo austriaco.
La contessa fu tra le prime a confezionare con le proprie mani le coccarde tricolori ed eseguì anche una bandiera che Ciro Menotti commissionò. Il duca, dopo avere fermato il patriota carpigiano, fece arrestare anche la nobildonna, nonostante questa avesse inghiottito un biglietto che sembra comprovasse il rapporto con i congiurati; fu strappata ai figli e condotta in una cella sporca e senz’aria. Ciò destò impressione viva nella gente e soprattutto in coloro che dalla contessa si erano sentiti beneficati e protetti. Sembra anche che tra la gente si cantasse questo ritornello:

Ciro Menotti l’è al cap di framasson

i l’han mné alla forca lighé com un birbon

e la contessa Rosa c’ha ga tgnù accurdon

par sua ricompensa i l’han misa in person.

Il duca, bontà sua, non fece tagliare la testa alla contessa, ma prima le permise una sistemazione più comoda, con la possibilità di rivedere i figli, di nutrirsi e di leggere. In seguito condannò la donna a tre anni di reclusione, da scontarsi nel monastero delle Mantellate a Reggio Emilia (un forte dello Stato Estense).
Ecco la sentenza:

Il tribunale … si è riunito per giudicare la contessa Testi in Rangone di anni 39 …, imputata di complicità nella rivolta successa in Modena nella notte del 3 febbraio 1831 per avere cucito per commissione del capo ribelle Ciro Menotti una bandiera bianca rossa e verde con scienza che la medesima servir dovesse alla rivolta e di non aver rilevato un sì atroce delitto diretto a pregiudizio di S.A.R. Francesco IV nostro veneratissimo sovrano

18 giugno 1831

Furono fatti diversi tentativi perché la pena fosse ridotta, ma senza esito. Sembra che in occasione del matrimonio della figlia, la stessa contessa domandò al Duca di potervi assistere ed egli lo concesse, in cambio che ella si riunisse definitivamente al marito. La donna rifiutò. 

Scontata la pena, continuò a coltivare gli ideali di libertà e si racconta di un giorno in cui la contessa vide un ragazzo fuggire con il volto insanguinato. Chiestogli il motivo della fuga, rispose che era inseguito dalle guardie ducali per avere cantato “Viva l’Italia, viva la libertà”. La nobildonna pensò bene di nascondere il ragazzo sotto le ampie gonne e dare indicazioni sbagliate agli inseguitori. 

Rosa morì il 12 novembre 1859. 

 

(dalla testimonianza della pronipote Elena Sidoli in “Il pensiero mazziniano”) 

Dalla finestra scorgo batuffoli lievi che galleggiano nell’aria. Non ricordo di averli già visti, ma riecheggiano ancora in me le risate di gioia della mamma. E’ per questa meraviglia bianca che lei e papà, pazzi di gioia ballavano sul prato? La mamma rideva e anch’io ridevo, dentro alla sua pancia.
Non ho voglia di chiudere gli occhi e di dormire con gli altri, in fila come tanti soldatini.
Chissà se quei fiocchi di neve (lo so che non sono batuffoli) saranno freschi sul mio viso; vorrei acchiapparne qualcuno con la lingua e poi un altro e un altro ancora, come latte … caldo?

Tra me e lo stupore, solo un piccolo pulsante rosso.

Addio, amata Cecchina

Il 3 febbraio 1831 Ciro Menotti, dopo aver radunato una quarantina di congiurati nella propria casa per organizzare l’insurrezione (moti di Modena), venne arrestato dalle guardie del Duca Francesco IV, che inizialmente sembrava voler appoggiare la rivolta, probabilmente per mire espansionistiche (un regno dell’Alta Italia). Quello di Asburgo-Este fu un vero voltafaccia, forse per paura degli Austriaci e forse anche per timore di perdere i propri privilegi.
La cattura fu rocambolesca. Le guardie del duca spararono solo pochi colpi. Ciro si buttò dalla finestra della propria casa nell’attuale Corso Canalgrande, ma rimase ferito. In un primo tempo Francesco IV lo portò con sé a Mantova (dove vi furono vani tentativi di liberazione da parte dei carbonari locali) e poi lo ricondusse a Modena.
Ciro Menotti fu condannato a morte mediante impiccagione e giustiziato il 26 maggio 1831 al Baluardo della Cittadella.
Nell’attuale piazza Roma, di fronte al palazzo del Duca, Ciro Menotti continua a guardare sprezzante verso l’alleato voltafaccia.


Non sono tuttavia parole di odio o vendetta le ultime prima di essere condotto trentatreenne al patibolo, ma di affetto nei confronti della moglie Francesca Moreali e dei figli Achille, Polissena, Massimiliano e Adolfo.


Alle 5 e mezza ant. del 26 maggio 1831.
Carissima moglie. La tua virtù e la tua religione siano teco, e ti assistano nel ricevere questo foglio. Sono le ultime parole dell’infelice tuo Ciro. Egli ti rivedrà in più beato soggiorno. Vivi ai figli e fa loro anche da padre: ne hai tutti i requisiti. Il supremo amoroso comando che impongo al tuo cuore è quello di non abbandonarti al dolore, studia di vincerlo e pensa chi è che te lo suggerisce e te lo consiglia. Non resterai che orbata di un corpo, che pure doveva soggiacere al suo fine, l’anima mia sarà teco unita per tutta l’eternità. Pensa ai figli e in essi continua a vedere il loro genitore: e quando saranno adulti dà loro a conoscere quanto io amavo la patria. Faccio te interprete del mio congedo con la famiglia. Io muoio col nome di tutti nel cuore: e la mia Cecchina ne invade la miglior parte.
Non ti spaventi l’idea dell’immatura mia fine. Iddio che mi accorda forza e coraggio per incontrarla come la mercede del giusto, Iddio mi aiuterà al fatal momento.
Il dirti di incamminare i figli sulla strada dell’onore e della virtù, è dirti ciò che hai sempre fatto: ma te lo dico perché sappiano che tale era l’intenzione del padre, e così ubbidienti rispetteranno la sua memoria. Non lasciarti opprimere del cordoglio; tutti dobbiamo quaggiù morire.
Ti mando una ciocca dei miei capelli, sarà una memoria di famiglia. Oh buon Dio, quanti infelici per colpa mia! Ma mi perdonerete. Do l’ultimo bacio ai figli: non oso individuarli perché troppo mi angustierei: tutti quattro e i genitori e l’ottima nonna, la cara sorella, e Celeste, insomma dal primo all’ultimo, vi ho presenti. Addio per sempre, Cecchina, sarai, finché vivi, una buona madre dei miei figli! In quest’ultimo tremendo momento le cose dì questo mondo non sono più per me. Speravo molto: il Sovrano …. ma non son più di questo mondo. Addio con tutto il cuore, addio per sempre; ama sempre il tuo Ciro .
L’eccellente Don Bernardi, che mi assiste in questo terribile passaggio, sarà incaricato di farti avere queste ultime mie parole. Ancora un tenero bacio a te e ai figli finché resto terrena spoglia: agli amici che terran cara la mia memoria raccomando i figli. Ma addio, addio eternamente. Il tuo Ciro.

Capitani, miei capitani!

A Catanzaro, un ragazzo affetto da sindrome di down non avrebbe dovuto partecipare alla gita scolastica, così come stabilito dalla dirigente. Problemi di budget (non ci sono soldi per il sostegno)? E’ piuttosto vivace? Non ci è dato di sapere.
Non solo poi alla gita, ma anche non sarebbe stato libero di partecipare a qualsiasi altra uscita. Infine, per non creare ulteriori problemi, la preside ha invitato a non comunicare le date delle iniziative future. Fin qui la notizia.
Che parole avrà usato la dirigente? Magari queste: «ragazzi, mi raccomando, non ditegli nulla, fate finta di niente, non comunicategli le date, ché tanto non capisce». I ragazzi si sono ribellati e hanno giurato di astenersi in massa, ottenendo la riammissione del compagno. Come sarà avvenuto? Io immagino una ragazza dagli occhi neri e grandi, salire agilmente sul banco e, fissando la preside negli occhi, dire «io non parteciperò alla gita». Poi un altro, in modo magari un po’ goffo, salire sul banco, avvampare e dire sottovoce «manco io». E poi ancora un’altra, la secchiona della classe: «io non verrò». E poi un altro e un’altra ancora e infine tutti in piedi sul banco: «non veniamo alla gita se non potrà esserci anche Antonio». E la preside irrigidirsi e a denti stretti: «vedremo cosa si può fare». Immagino questo e sorrido.

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