Archivio per febbraio, 2011

Capitani, miei capitani!

A Catanzaro, un ragazzo affetto da sindrome di down non avrebbe dovuto partecipare alla gita scolastica, così come stabilito dalla dirigente. Problemi di budget (non ci sono soldi per il sostegno)? E’ piuttosto vivace? Non ci è dato di sapere.
Non solo poi alla gita, ma anche non sarebbe stato libero di partecipare a qualsiasi altra uscita. Infine, per non creare ulteriori problemi, la preside ha invitato a non comunicare le date delle iniziative future. Fin qui la notizia.
Che parole avrà usato la dirigente? Magari queste: «ragazzi, mi raccomando, non ditegli nulla, fate finta di niente, non comunicategli le date, ché tanto non capisce». I ragazzi si sono ribellati e hanno giurato di astenersi in massa, ottenendo la riammissione del compagno. Come sarà avvenuto? Io immagino una ragazza dagli occhi neri e grandi, salire agilmente sul banco e, fissando la preside negli occhi, dire «io non parteciperò alla gita». Poi un altro, in modo magari un po’ goffo, salire sul banco, avvampare e dire sottovoce «manco io». E poi ancora un’altra, la secchiona della classe: «io non verrò». E poi un altro e un’altra ancora e infine tutti in piedi sul banco: «non veniamo alla gita se non potrà esserci anche Antonio». E la preside irrigidirsi e a denti stretti: «vedremo cosa si può fare». Immagino questo e sorrido.

Stiamo uniti!

Non nascondo di avere avuto un moto intimo di patriottismo quando Roberto Benigni ha cantato con tono sommesso (ma non a buon mercato) l’inno nazionale, lasciando che il sapore delle parole penetrasse lentamente e pervadesse ogni fibra.

Oggi il mio patriottismo sarebbe rinfocolato da parole chiare contro le violenze di regime in Libia e in ogni altro paese. Perché la politica si farà anche con buone relazioni di amicizia, ma prima di tutto si deve fondare su verità e giustizia.

La cybergogna

Due trottole in mano a dei bambini non possono rovinare una preziosa vasca da bagno (ma che trottole sono, a lame rotanti?), su questo non c’è alcun dubbio. Sembra che i danni in casa di una signora americana ammontino a 500 dollari, più la mano d’opera.  leggi qui

Che fare allora? Cosa suggerirebbe Tata Lucia?

Fermezza, senz’altro. Le regole sono regole e devono essere rispettate. E poi? Mettere in vendita le trottole? Certamente, o in ogni caso disfarsene, vista la loro pericolosità (immaginate un passaggio con le lame rotanti sul tappeto persiano o sul parquet, oppure – ma qui entra in campo un po’ di sadismo – un allegro su è giù per le gambe del fratellino …). E poi? E poi si pubblicano sul web le foto dei bimbi piangenti? No, questo Tata Lucia non lo ammetterebbe e anzi con parole ferme provocherebbe piuttosto le lacrime della mamma (c’è un papà?), ma come effetto indesiderato di una giusta reprimenda.

E forse direbbe:

  1. cosa ci fanno due trottole modello rollerball in mano a due bambini? Chi le ha acquistate?
  2. oltre alla vasca da bagno (dove non ci si può affrontare a colpi di lama … no, non si fa!) questi bambini hanno altri “terreni” di gioco, altri spazi in cui esprimere la propria vitalità?
  3. quale progetto educativo sta dietro a questa cybergogna (no, forse Tata Lucia questa espressione non l’userebbe)?

Questa la traduzione dell’inserzione (www.corriere.it):

«Vendiamo 8 beyblade, due delle quali luminose. Come potete vedere loro non sono così contenti, ma hanno usato la vasca da bagno come arena e con le trottole metalliche hanno rovinato lo smalto della vasca, ne hanno rotto un pezzo e hanno distrutto il porta-sapone. Quindi se vincete quest’asta – suggerisce sul popolare sito di aste online la madre dei due bambini – NON giocate nella vasca. Per rimpiazzarla unitamente ad alcune piastrelle e al portasapone ci hanno chiesto 500 dollari più la mano d’opera. I miei figli hanno nei loro salvadanai all’incirca 125.67 dollari che verranno utilizzati per pagare le riparazioni. Useremo il ricavato dell’asta per pagare l’idraulico e, se avanzerà qualcosa, lo reinvestiremo in giocattoli».

Lo sguardo

La pioggia sottile cerca di penetrarmi, ormai dura da ore. Io ho una corazza speciale: i maglioni che mi hanno regalato al Centro di accoglienza, indossati uno sopra l’altro e soprattutto lo strato di sporco che si è depositato da tempo sulla mia pelle. E voi ad insistere che devo fare una doccia e che dopo mi sentirò meglio: siete gentili! Ma io devo difendermi dall’umidità (quando ero giovane mi addormentavo ricordando il nome delle stelle).  E se vi dessi ascolto, come farei – con la pelle rosea di un bambino – a proteggermi dai vostri sguardi?

I vostri sguardi … Osservano, scrutano, valutano, soppesano, indagano. Tentano di analizzare, saggiare, confrontare, rimarcare. Eppoi non si accontentano: scalfiscono, pungono, provano a entrare, non si peritano di andare oltre quello che chiedo, di cercare i veri bisogni … presumono di poter leggere dentro e abbracciare il presente e il passato. Si esercitano nel comporre le tessere del mosaico (sono io, la mia vita, la mia famiglia … non uno stupido puzzle!). Cercano insomma di capire. Ma cosa c’è da capire? Temo l’umidità!

Maschio, dove sei?

Molto scalpore ha suscitato in questi giorni una lettera di Suor Rita Giaretta delle Orsoline del Sacro Cuore di Maria. Le religiose sono impegnate da anni anche in provincia di Caserta, soprattutto a favore della dignità delle donne migranti, sfruttate sessualmente e spesso ridotte a schiavitù.
Tra le tante storie di degrado, quella di speranza di Susan, che ancora minorenne è stata raccolta dalla strada e ha potuto dare alla luce Francis, il suo bimbo voluto e amato.
A Susan suor Rita sente di dovere chiedere scusa, come “donna, consacrata e cittadina italiana” per lo “spettacolo indecoroso” di questi giorni. Dure sono le parole della religiosa, che vede Erodi contemporanei “offendere e umiliare la ‘bellezza’ della donna, esercitando con arroganza il proprio potere, disattendendo il mandato dei cittadini per il bene comune.
Basta inserire in un motore di ricerca le parole chiave per rendersi conto di come questa lettera (qui nella versione integrale) sia stata accolta da alcuni rappresentanti politici, dell’informazione e del sociale. La tendenza tuttavia è quella di contrassegnare lo scritto unicamente con il tag “Caso Ruby” e così via. In realtà la protesta indignata della religiosa tocca un orizzonte ben più ampio, che coinvolge non solo il mondo del potere e interpella ciascuno di noi.
Suor Rita afferma tra l’altro: non è lecito “trasformare le relazioni in merce di scambio, guidate da interessi e denaro”. Può succedere solo nei palazzi del potere o magari anche, per esempio, nei luoghi di lavoro? Ancora: non è lecito “soffocare il cammino dei giovani nei loro desideri di autenticità, di bellezza, di trasparenza, di onestà”. Quanti di noi preferiscono la furbizia all’intelligenza, il sapersi arrangiare alla cultura, dicendo chiaramente, nei fatti se non con le parole, cosa è importante per noi e così trasmettendolo ai giovani?
Suor Rita conclude con una domanda: “dove sono gli uomini, dove sono i maschi? … Nei loro silenzi c’è ancora troppa omertà, nascosta compiacenza e forse sottile invidia”.
Rilancio la domanda. Dove siamo?
Questa è la domanda che Dio fa ad Adamo nel libro della Genesi: “Dove sei?” e l’uomo risponde: “ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto” (Gen. 3,9-10). Quello di Dio è un invito rivolto all’uomo perché si renda conto di chi sia e di come stia vivendo; ci si può nascondere per vergogna (e di questi tempi sarebbe già qualcosa) oppure si può venire all’aperto e compiere un onesto cammino di consapevolezza.
Qual è dunque la nostra idea di mascolinità? Quali sono i valori in cui crediamo e che vogliamo trasmettere alle nuove generazioni? Fanno parte del nostro vocabolario parole come “responsabilità”, “onestà”, “custodia e protezione”, “pari dignità”, ecc.?
Abbiamo bisogno di essere liberati dall’idea che essere maschi significhi esercitare il potere arraffando e ghermendo ciò che ci piace (forse a questo siamo stati educati); essere ancora liberati dal superuomismo, dal dover dimostrare chissàchecosa a chissàchi,  per divenire capaci di un’adultità virile che è consapevolezza di limiti e potenzialità e soprattutto è dono e servizio ed è ancora frutto di riflessione, allenamento e sacrificio (a ciò dobbiamo educare). E potremmo iniziare a respirare.

Mamme e papà allo specchio

Lo stereotipo che le famiglie di oggi fatichino molto ad esercitare la propria responsabilità educativa sembra oramai consolidato. Tale difficoltà consisterebbe per esempio nell’incapacità di porre regole chiare ai propri figli e soprattutto nel non farle rispettare; altro elemento la scarsità di tempo da dedicare alle attività con i bambini. La fortunata trasmissione televisiva “Sos Tata” mostra proprio la lotta quotidiana di papà e mamme alle prese con figli “indiavolati”, che alla fine si rivelano essere semplicemente persone bisognose di attenzione e cura (detto tra parentesi: finalmente una trasmissione utile che, purtroppo, non appartiene al palinsesto della tv pubblica).
Spesso sono gli insegnanti che si lamentano dell’inadeguatezza dei genitori, ma i genitori cosa pensano di sé? Si guardano allo specchio per interrogarsi su potenzialità e limiti del loro intervento educativo?
Una recente indagine dell’università di Bologna ha cercato di porsi in ascolto del punto di vista dei genitori di bambini da 0 a 6 anni, attraverso questionari e focus group. Tra i vari elementi emerge uno squilibrio tra l’ impegno delle madri e quello dei padri. Questi ultimi avrebbero una minore disponibilità di tempo da dedicare ai figli; il loro poco tempo sarebbe contrassegnato unicamente dal gioco e dalle coccole e si defilerebbero dall’affrontare questioni problematiche. Le madri invece assumerebbero l’onere di dirigere il menage domestico svolgendo quasi completamente funzioni normative e di contenimento.  In base a quello che dicono di sé, le mamme sarebbero – certo non per loro scelta – “educatrici più normative, in alcuni casi più direttive, meno ludiche e concilianti, più nervose e stressate, sempre concentrate sull’efficienza da produrre e da pretendere”.

Per approfondire l’argomento: Gigli Alessandra, “La parola a mamme e papà: cosa pensano i genitori della propria efficacia educativa e dei bisogni delle famiglie”, Ricerche di Pedagogia e Didattica, Vol 5, No 1 (2010).


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