Archivio per gennaio, 2011

La rivincita dei matti

Ho rivisto il film Train de vie del rumeno Radu Mihaileanu (1998), meritevole di Oscar almeno alla pari de “La vita è bella” di Benigni. Si tratta del racconto tragicomico del viaggio di un treno verso la libertà, prima in Russia e poi la Palestina, narrato con la tipica ironia yddish, capace – nella tragedia – di ridere della realtà e di se stessa. Memorabile la preghiera del rabbino che chiede a Dio di salvare almeno donne e bambini … e poi anche i padri, altrimenti cosa farebbero i bambini da soli, … e poi anche noi anziani: perché non salvarci, ce l’hai con noi?
Il racconto è affidato al matto del villaggio, il quale – non a caso – ha l’idea di reperire un treno e di dividere la popolazione ebraica di un villaggio dell’Europa dell’Est in due: deportati e finti nazisti. La finzione porterà a scontri tra ebrei-ebrei ed ebrei-nazisti ( e tra religiosi ortodossi e una nascente cellula soviet), che si manifesta soprattutto in occasione della preghiera dello shabbat, quasi l’abito trasformi chi lo indossa (ma non è così?). Bellissimo poi l’incontro tra gli “autodeportati” ebrei e gli zingari, che parimenti hanno ideato finte guardie naziste, che sfocia in un commovente scontro musicale e in uno scambio di amore fisico, che è un vero inno alla vita.
Ancora al matto del villaggio, capace sempre di intuizioni salvifiche, sono affidate profonde considerazioni sul senso della tragedia incombente e sulla vita: “Dio esiste, Dio non esiste: che importanza ha? Vi siete mai chiesti se l’uomo esiste?” e ancora, quando gli viene chiesto perché è proprio lui il matto del villaggio, risponde: “Per caso. lo volevo fare il rabbino, ma il posto era già preso. Visto che mancava il matto, ho pensato: “Fai il matto, se no lo fanno loro. Fallo al posto loro”. E non ti senti un po’ solo? Oh no, non sono i matti che mancano…”.
Il finale a sorpresa dà il senso del tutto. Un film da vedere.

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Le nuove famiglie

Dopo la separazione, una relazione di coppia rappresenta per un adulto un nuovo inizio.

In primo luogo significa la possibilità di amare ancora  ed essere amati e ciò rappresenta il valore più grande. Poi vi possono essere altri elementi: la ricerca di un sostegno morale e anche economico; la ricerca di una sorta di risarcimento, soprattutto da parte di chi ha subìto la separazione, ovvero  il  “prendersi una rivincita” nei riguardi dell’ex-partner o della vita stessa. Che un elemento sia più o meno presente dipende dalla maturità della persona e dal cammino di consapevolezza che ha percorso dopo la crisi del rapporto coniugale o di convivenza.

In generale da una  nuova relazione scaturiscono stimoli nuovi, voglia di essere e di fare, serenità dopo il dolore della separazione, con una positività che si riversa sui figli. A volte porta con sè anche sensi di colpa perché ci si sente inadeguati nei confronti dei figli e si ha l’impressione (reale o apparente) di trascurarli.

Anche per i figli una relazione dei genitori con un nuovo partner rappresenta un inizio. In positivo può significare la ricchezza di nuovi legami affettivi e di nuove e diverse opportunità di crescita. In negativo, disorientamento per la perdita di riferimenti stabili; paura di abbandono; crisi di lealtà  e sensi di colpa (“cosa penserà il babbo se io gioco con il fidanzato della mamma?”); responsabilità inadatte alla propria età; affetto “soffocante” da parte dei genitori, solitudine …

Generalmente i bambini sanno bene adattarsi alle nuove situazioni, tuttavia non dobbiamo dare per scontato che un benessere esteriore o meglio un’apparente tranquillità, non celi un profondo disagio, che a volte si manifesta anche con atteggiamenti ricattatori nei confronti dei genitori.

Alcune indicazioni: attenzione a quello che un bambino dice e anche a quello che non dice ; attenzione particolare ai cambiamenti di comportamento.

Non pretendere che un figlio comprenda e accetti ciò che per noi è importante.

Un bambino ha bisogno di riferimenti stabili; di essere rincuorato e rassicurato riguardo l’amore di papà e mamma; di vedere nei fatti che l’amore per lui non è stato sostituito dall’affetto per il nuovo compagno/a. Ha pure bisogno di regole chiare e di genitori che diano e chiedano rispetto e assegnino responsabilità adeguate all’età.

Il modo migliore per aiutare i figli è formare un’alleanza collaborativa che porti i genitori a stimarsi l’un l’altra, ad accordarsi su una linea educativa comune e a sostenersi a vicenda.  Certo si tratta di una conquista più che di un punto di partenza; ad essa si giunge non per caso ma  attraverso un doveroso cammino di crescita.

Anche i nuovi partner sono chiamati ad essere adulti responsabili, in un’attenzione educativa nei confronti dei minori, che non interferisca con il diritto-dovere educativo dei genitori e anzi  lo faciliti e sostenga. Devono essere consapevoli che il loro amore sarà tanto più autentico quanto più faciliteranno la coppia genitoriale e sapranno anteporre alle proprie le esigenze dei bambini.

Povera Italia, tra riffe e briffe

Trombone o narciso (in indonesiano: bunga narsis)

Provo noia per le vicende politiche (?) e di costume di questi giorni e di ciò mi sento un po’ in colpa. Cerco di giustificarmi dicendo che la noia si trasformerebbe presto in indignazione, qualora fosse dimostrati i capi di accusa e in particolare il reato di prostituzione minorile  (tale infatti è l’indurre alla prostituzione una persona minore degli anni 18, o compiere con essa atti sessuali in cambio di denaro o altre utilità economiche). Tuttavia, lo ripeto, sono annoiato. E’ forse approfittando di questa noia che i furbi continuano a fare i furbi  e gli stupidi ad ammirarli?

Nel frattempo i  semplici, non potendo contare su una politica seria e su una seria politica,  possono sperare al massimo in una vittoria alla riffa.

Ho tuttavia un moto di soddisfazione; ho imparato una parola nuova: briffare che corrisponderebbe all’inglese to brief, nel senso di informare, ragguagliare o anche dare direttive e istruzioni.

Grazie di cuore. Ora sono più briffato!

A Devid, 20 giorni

Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è
sulle panchine in Piazza Grande,
ma quando ho fame di mercanti come me qui non ce n’è.

Dormo sull’erba e ho molti amici intorno a me,
gli innamorati in Piazza Grande,
dei loro guai dei loro amori tutto so, sbagliati e no.

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io.
A modo mio avrei bisogno di sognare anch’io.

Una famiglia vera e propria non ce l’ho
e la mia casa è Piazza Grande,
a chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho.

Con me di donne generose non ce n’è,
rubo l’amore in Piazza Grande,
e meno male che briganti come me qui non ce n’è.

A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io.
Avrei bisogno di pregare Dio.
Ma la mia vita non la cambierò mai mai,
a modo mio quel che sono l’ho voluto io

Lenzuola bianche per coprirci non ne ho
sotto le stelle in Piazza Grande,
e se la vita non ha sogni io li ho e te li do.

E se non ci sarà più gente come me
voglio morire in Piazza Grande,
tra i gatti che non han padrone come me attorno a me

(Lucio Dalla)

Buon anno

A quest’ora il 71 non fatica ad attraversare la città da ovest a est. Mi siedo come sempre di fianco al finestrino: i rivoli di luce che attraversano lo specchio nero mi aiutano a pensare.

Davanti a me un orientale, con il berretto calato sugli occhi, sembra dormire; vuole essere lasciato in pace, almeno questa sera. Dietro, una ragazza con lo sguardo perso e il trucco pesante.

Siamo le uniche persone vive e forse l’autista, là davanti.

I palazzoni del Tiburtino mi avvertono che è arrivata la mia fermata. Cerco le chiavi nella tasca.

Le dita sfiorano l’orsetto bruno che Matteo mi ha regalato:  buon anno papino.

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